Atlante delle culture in movimento PDF

Belice, tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani. Le conseguenze furono devastanti: la maggior parte atlante delle culture in movimento PDF edifici fu quasi completamente rasa al suolo, lasciando senza tetto più di 100.


Författare: Giovanni Gozzini.

Quando culture differenti entrano in contatto, l’impatto sul corso della storia può essere sconvolgente e drammatico. Questo volume fa rivivere gli episodi chiave dei contatti culturali nella storia del mondo, dagli albori della civiltà ai tempi odierni.

Negli ultimi trent’anni gran parte del dibattito pubblico sul terremoto del Belice si è focalizzato su Gibellina, uno degli insediamenti più profondamente segnati dal sisma e dalla ricostruzione. Prima del terremoto, Gibellina, sul pendio di una collina, era un paese di qualche migliaio di abitanti, quasi esclusivamente contadini. Nei reportage di allora veniva citata come esempio della miseria e dell’abbandono in cui versavano la valle del Belice e i suoi abitanti. La Repubblica Palermo», 28 agosto 2009, p. Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa.

Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere il posto dove sorgeva il vecchio paese. E subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Tra il 1984 e il 1988, con la partecipazione dell’esercito, le rovine di Gibellina vennero compattate in blocchi corrispondenti alla forma e localizzazione degli edifici distrutti e coperti da uno strato di cemento bianco. Il cemento è attraversato per tutta la superficie da passaggi che riproducono il tracciato delle antiche strade di Gibellina, come crepe in una terra arida. L’opera è visibile a grande distanza ed è, al contempo, attraversabile a piedi lungo le crepe-tracciati.

Il trasferimento del centro abitato, la sperimentazione urbanistica, architettonica e artistica di Gibellina sono generalmente citati a esempio nel dibattito ancora acceso sulla ricostruzione del Belice. Due posizioni opposte si confrontano nel fare un bilancio del caso. Corrao, d’altra parte, ha rivendicato orgogliosamente il valore di quanto fatto. In un’intervista rilasciata nel 2010 rievocò le proprie ragioni, sottolineando la necessità di considerare le trasformazioni urbanistiche in un’ottica di lungo periodo e difendendo la scelta di aver guardato al futuro e non al passato nel ricostruire Gibellina. Solo la cultura poteva creare la forza dello spirito di superare quelle difficoltà, di affondare nella storia delle proprie radici, di prendere slancio quindi dalla propria identità, ma proiettarla soprattutto nel contemporaneo e nel futuro, senza rimpianti, senza nostalgia .

Nel corso degli anni, alcuni contributi accademici hanno provato ad ampliare l’orizzonte di analisi, abbracciando l’intera valle del Belice. Come suggerito da questi contributi il paesaggio fisico e sociale del Belice è più articolato delle schematiche contrapposizioni cristallizzate nel giudizio su Gibellina. Trasferimenti, sperimentazioni urbanistiche e trasformazioni sociali hanno caratterizzato la storia dell’intera valle e delle sue comunità, e una pluralità di attori, istituzionali e non, hanno contribuito a questa storia e ai suoi contraddittori esiti. Il seguito di questo saggio si divide in quattro paragrafi. Il primo racconta del terremoto, delle sue conseguenze immediate e della risposta di autorità e popolazione locale. Il secondo dei tormentati anni del dopo-terremoto: le proteste popolari e le mancate promesse, le trasformazioni dell’architettura istituzionale della ricostruzione, e infine le nuove leggi, l’avvio della ricostruzione edilizia e la commissione parlamentare d’inchiesta.

La valle del Belice è un territorio dai confini incerti, che prende il nome dal fiume che la attraversa, uno dei maggiori corsi d’acqua siciliani sebbene sottoposto alla discontinuità di portata tipica dei regimi torrenziali. Le prime scosse si registrarono nel pomeriggio di domenica 14 gennaio 1968, mentre in alcuni paesi del Belice si svolgevano le elezioni municipali. A seguito delle prime scosse, alcuni ufficiali di polizia vennero inviati nella zona da Trapani e Palermo, e quelli già presenti sul posto per sorvegliare le elezioni ebbero l’ordine di restare. Sin dalle prime ore, molti profughi dai paesi più colpiti affluirono nei centri maggiori della costa, come Castelvetrano, Trapani, Palermo, Agrigento, in cerca di assistenza medica o semplicemente in fuga dai centri abitati pericolanti o in rovina. Secondo i calcoli di una speciale unità della Polizia ferroviaria posta a sorveglianza dei flussi migratori presso la stazione di Roma Tiburtina, tra il 20 gennaio e il 6 febbraio 1968, almeno 30. Gran parte dei cittadini italiani apprese la notizia dai media solo qualche giorno dopo. Pochi conoscevano l’ubicazione della valle del Belice se non la sua stessa esistenza.

Stampa, cinegiornali e televisione diedero ampia copertura dell’evento, sottolineando la condizione di arretratezza di quell’angolo d’Italia. Nonostante il miracolo economico i superstiti e le rovine del Belice sembravano dimostrare la persistenza di un’Italia del sottosviluppo, arcaica e poverissima. Dove le case avevano strutture in cemento armato non si sono avute vittime, sono morti quelli nelle case di tufo. E le case di tufo sono l’enorme maggioranza perché a Montevago, Gibellina, Salaparuta, Partanna, Santa Ninfa, Salemi il cemento armato non è mai arrivato. L’Italia delle case di tufo, «Paese sera», 20 genn. Questa interpretazione motivò anche le risposte delle autorità. Archivio storico del Parlamento di Sicilia, Commissione speciale terremoti, 21-27 genn.