L’Italia e la lotta alla povertà del mondo PDF

L’Italia e la lotta alla povertà del mondo PDF primo elemento è costituito dal fatto che, tra la fondazione dello Stato unitario e la contemporaneità, hanno luogo l’istituzione e lo sviluppo in tutta Europa dei sistemi di welfare, vale a dire dell’insieme di misure volte a sostenere i cittadini nei loro bisogni fondamentali, così come ad assisterli di fronte a evenienze della vita, quali malattie, infortuni sul lavoro, condizioni di non autosufficienza. Il fenomeno in questione, tuttavia, non presenta solo discontinuità rispetto al passato, ma anche alcune anomalie rispetto alle consuetudini e alle teorie politico-sociali tradizionali. Di queste anomalie ne analizzeremo in particolare tre. Una seconda anomalia si può riscontrare nell’autonomia delle loro origini e della loro mission.


Författare: ActionAid.

Qual è lo stato di salute della cooperazione allo sviluppo italiana? Il Governo Monti si è comportato differentemente da quello Berlusconi sulla cooperazione? Qual è il grado d’interesse della politica e dei cittadini italiani sul tema? Cosa pensano coloro che “aspirano a governare” e coloro che governano la cooperazione italiana? A queste e altre domande prova a rispondere il sesto rapporto di ActionAid L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo. Mai come oggi i poveri sono collocabili in diverse regioni. I Paesi più vulnerabili sono certamente quelli fragili e in conflitto, ma il numero di poveri nei Paesi a medio reddito è in continua crescita. La crisi economica ha naturalmente colpito anche i Paesi in via di sviluppo (PVS). Negli ultimi tre anni, soprattutto in Africa centrale e orientale, si è avuto un incremento di 27mila decessi infantili e si stima che nel 2015 il numero di donne che moriranno per complicazioni legate al parto crescerà tra il 5% e l’8%, così come tra il 2% e il 3% aumenteranno i bambini che moriranno sotto i cinque anni. Ma la crisi economica non spiega, da sola, il tirarsi indietro dei paesi più sviluppati: nel periodo 2008-2011 Danimarca, Finlandia, Giappone, Norvegia e Regno Unito hanno incrementato l’aiuto nonostante una contrazione del PIL, mentre Irlanda, Grecia, Italia, Olanda e Spagna hanno tagliato gli aiuti. Una rotta, questa, da cambiare con decisione: il rilancio del nostro paese e la sua credibilità passano anche dal rispetto di un impegno fondamentale come la lotta alla povertà nel mondo.

Stato, il fenomeno che stiamo mettendo a fuoco è invece strutturalmente autonomo. Una terza anomalia da segnalare è che questo fenomeno organizzativo è portatore di un nuovo paradigma nella scena pubblica italiana. Un ultimo elemento da richiamare è quello delle informazioni disponibili su questo fenomeno. Non si tratta di un problema tecnico, ma di un ulteriore indicatore del carattere anomalo della cittadinanza attiva.

La questione si può riassumere in questi termini. Un primo passo da compiere è quello di identificare il fenomeno della cittadinanza attiva nei suoi elementi costitutivi e distintivi. Un elemento che indubbiamente caratterizza questo fenomeno è la sua natura plurale. Ciò si riflette su diversi aspetti. Guardando agli individui, anche la membership riflette questa pluralità, andando ben al di là della coppia iscritti-attivisti, tipica delle forme tradizionali di partecipazione politica e sociale, e alla generica forma del volontariato. Si tratta infatti di un impegno estremamente variabile nella intensità del legame, nelle forme e nel tipo di inquadramento.

Che cosa accomuna, quindi, queste realtà nelle loro differenze? Gli elementi di unità possono essere colti, a nostro parere, nei ruoli svolti, nell’esercizio di poteri, nelle strategie e nei modelli operativi adottati. Circa i ruoli, ne possono essere identificati chiaramente tre. Il primo riguarda l’effettiva tutela di diritti proclamati in leggi o radicati nella coscienza comune, o ancora l’impegno per la loro giuridificazione, ove essi siano riconosciuti dalla comunità politica ma non ancora tradotti in legge. Un terzo ruolo può essere definito in termini di empowerment: un processo attraverso il quale un soggetto in condizioni di debolezza o subalternità diventa in grado di esercitare le proprie prerogative grazie al rafforzamento della consapevolezza di poterlo fare. Il valore dell’organizzazione, in questo caso, è di particolare rilevanza, in termini sia di accumulazione e trasmissione di memoria e di competenze, sia di quantità di risorse mobilitabili.

Un ulteriore elemento che accomuna queste organizzazioni è la capacità di influenza diretta su soggetti e processi, ovvero l’esercizio di varie forme di potere. Infine, tra gli elementi che accomunano le forme di attivismo civico, vi sono le strategie e i modelli operativi. L’impiego di queste due strategie ha dato vita a un repertorio di azioni decisamente più ricco di quello che risulta dalla letteratura. Il primo, e il più ovvio, è la legislazione, con l’introduzione di norme come quella sulla violenza sessuale o quella sulla confisca dei beni dei gruppi mafiosi. Il livello di fiducia pubblica in queste organizzazioni è, in Italia come in tutto il mondo, ai massimi livelli.

Questo patrimonio è una delle più rilevanti risorse di cui godono le organizzazioni di attivismo civico, specialmente in un’epoca in cui sia per i partiti, sia per gran parte delle pubbliche amministrazioni e per le imprese private, la fiducia è una delle risorse più scarse a disposizione. Tenendo presenti le coordinate generali fissate nel paragrafo precedente, grazie ai dati del Censimento ISTAT 2011 è possibile disegnare un quadro più preciso dell’universo di organizzazioni di cittadinanza attiva in Italia e della loro evoluzione nel tempo. Prima di addentrarci in questo deposito di dati, occorre chiarire portata e limiti dell’operazione realizzata dall’Istituto di statistica, che rappresenta un unicum, almeno in Europa. In questo caso i dati che utilizzeremo potrebbero essere imprecisi per eccesso.

Va segnalata, infine, la circostanza che la rilevazione dell’ISTAT riflette l’origine della classificazione delle organizzazioni non-profit affermatasi come standard a livello mondiale. Grazie alle informazioni derivanti dall’indagine dell’ISTAT è possibile stabilire alcune caratteristiche generali. Vediamo ora gli elementi che compongono questo profilo, in chiave tanto sincronica quanto diacronica, con riferimento ai quattro decenni e mezzo presi in considerazione. Come si è già detto, il numero delle organizzazioni che hanno risposto alla domanda 27 del questionario dell’ISTAT, e che possiamo quindi considerare come la più rilevante approssimazione dell’universo della cittadinanza attiva in Italia, risulta essere pari a 103. Si tratta prevalentemente di organizzazioni tradizionali impegnate nelle attività sportive e ricreative, nell’assistenza sociale e nella rappresentanza di interessi economici, che si sono successivamente trasformate o si sono impegnate in attività di cittadinanza attiva. Il grafico mette in evidenza la nascita di nuove organizzazioni nel corso del tempo.

A partire dagli anni Settanta in ogni decade sono nate più del doppio delle organizzazioni che si erano costituite nel decennio precedente. Il maggiore impatto di questo fenomeno si ha nel corso degli anni Novanta e del primo decennio degli anni Duemila, che sono infatti quelli del riconoscimento e dell’espansione. Centro e il Nord-Ovest in una situazione pressoché uguale. Un’altra osservazione riguarda il rapporto tra le organizzazioni nate prima del 1970 e quelle costituite invece negli anni Settanta.

Prendendo invece in considerazione tutte e quattro le decadi, si può notare come nelle regioni del Nord la percentuale di nuove organizzazioni rispetto alle altre aree sia decisamente calata, mentre nel Centro e soprattutto nel Sud e nelle Isole le nuove organizzazioni siano notevolmente più numerose decennio dopo decennio. Per quanto il fenomeno della cittadinanza attiva non sia correlato alla forma giuridica, la quale, anzi, è fonte di confusioni e fraintendimenti, prenderemo brevemente in considerazione anche tale aspetto. Tuttavia, va sottolineato che tale riconoscimento è sempre più spesso una condizione per partecipare a gare e bandi per l’assegnazione di fondi pubblici. 2000 cooperative sociali, mentre nel decennio successivo ne sono nate più di 5000.