L’Italia sotto tutela. Stati Uniti, Europa e crisi italiana degli anni Settanta PDF

Lo sciopero generale del l’Italia sotto tutela. Stati Uniti, Europa e crisi italiana degli anni Settanta PDF ottobre – Al fianco dei lavoratori della logistica in lotta! Soutien aux travailleurs de la logistique en lutte! Ai Mercati Generali di Torino – Manifesto del partito: Viva la lotta dei lavoratori del CAAT !


Författare: Lucrezia Cominelli.

Alle soglie degli anni Settanta, mentre il sistema internazionale andava incontro alla grande distensione fra USA e URSS, l’Italia si trovò ad affrontare una spirale di instabilità politica, violenza e declino economico così grave da suscitare da parte dei suoi alleati una serie di interventi per disinnescare il rischio di un collasso del sistema, inaccettabile nel gioco geostrategico e simbolico della guerra fredda. Costruito su un’ampia disamina delle fonti oggi finalmente disponibili, il libro esamina il ruolo degli Stati Uniti e dei maggiori stati europei nei passaggi salienti della nostra storia recente – la strage di Piazza Fontana, i tentativi di golpe, il terrorismo rosso e nero – cercando di sottrarsi a interpretazioni manichee per una lettura che possa illuminare l’ambigua condizione dell’Italia, membro a pieno titolo della Alleanza Atlantica, ma al tempo stesso “osservato speciale” da porre sotto tutela.

Usa-Urss collaborazione e contenimento – 30. Porta aperta agli Usa – 31. In Iraq si scontrano le comunità degli sciiti e dei sunniti, cioè i due più importanti clan borghesi: secondo la contabilità ufficiale solo nel 2012 si sono avuti 4. Il sistema politico imposto dagli Stati Uniti nel 2003 ha reso il paese prigioniero delle sue divisioni etniche e religiose.

Il governo è diretto dall’autoritario primo ministro sciita Nuri al-Maliki, membro del partito islamico sciita Dawaa, che è fortemente influenzato dall’Iran. La presenza al governo di un vice presidente curdo permette a questa significativa minoranza etnica di mantenere l’autonomia nella regione del Kurdistan iracheno, ottenuta grazie all’occupante americano. Gli Stati Uniti sono il primo fornitore militare dell’Iraq: il tentativo del governo, nel 2012, di rivolgersi alla Russia è fallito per le pressioni americane. La guerra in Siria ha aggravato le tensioni all’interno del Paese perché la minoranza sunnita si è schierata con le forze ribelli, dunque non solo contro Assad ma anche contro l’Iran e il potere sciita iracheno. La disastrata situazione economica e politica dell’Iraq è un elemento fondamentale nel caos dello scacchiere mediorientale. Esangue e indebitato l’Iraq è in rovina.

Strade, ospedali, trasporti, tutto sarebbe da ricostruire attingendo alla manna petrolifera. Ma le tensioni politiche in seno al governo, le ostilità tra il Ministro del Petrolio e quello delle Finanze rallentano ogni decisione. Il 24 febbraio 2013 a Falluja le proteste dei musulmani sunniti contro il governo sono state duramente represse con alcuni manifestanti uccisi dai soldati che hanno aperto il fuoco sulla folla che tirava pietre. Il Kurdistan iracheno autonomo si è imposto come l’alleato indispensabile degli Stati uniti in Iraq e nella regione. Il suo governo rappresenta la chiave di volta del nuovo sistema politico iracheno.

Inoltre Talabani, capo dell’UPK, e altri curdi hanno ricevuto posti importanti nell’amministrazione, nei servizi segreti, nell’esercito iracheno. L’arroganza di Barzani e le sue rivendicazioni di indipendenza aumentano sfruttando le divisioni sempre più aspre tra sciiti e sunniti, divisione che la guerra di Siria ha reso più acute. Gli attentati di Kirkuk ricordano a tutti che i nazionalisti curdi sono sempre attivi. Kirkuk, con una popolazione multietnica araba, curda e turcomanna, è fuori dal perimetro del Kurdistan iracheno autonomo ma i peshmerga vi sono molto presenti. Il presidente iracheno Al-Maliki in questa città punta sul nazionalismo arabo contro quello curdo e nel settembre 2012 vi ha installato un comando militare che ha provocato scontri tra peshmerga e soldati iracheni. Partito Baath, già attivi nella regione.

Stati, che preferiscono servirsi di mercenari, armati materialmente e ideologicamente, a seconda del bisogno. Il cosiddetto Stato Islamico, sorto dal nulla dalle montagne e dai deserti della Siria, è uno di questi. Il gruppo dispone di molto denaro che gli deriva dallo svaligiamento di alcune grosse banche, dal petrolio, dato che controlla diversi pozzi, oltre che da centrali elettriche, dai riscatti ottenuti con i rapimenti, ma anche dall’aiuto finanziario di alcuni Stati sunniti del Golfo Persico e dalla Turchia. La decomposizione dello Stato centrale iracheno è giunta ad un punto tale che gli insorti sono penetrati nel territorio come nel burro impadronendosi in pochi giorni di gran parte del Nord del paese, terrorizzando le popolazioni, arrestandosi alle porte di Baghdad e delle regioni meridionali, per concentrare i loro attacchi contro la zona curda, ricca di petrolio. I briganti si scontrano con i briganti, gli uni in nome dell’islam radicale, gli altri in nome della crociata antiterrorista per difendere la popolazione civile. In realtà si tratta solo di una lotta senza esclusione di colpi per assicurarsi l’oro nero. Dopo avere destituito nell’agosto scorso il legittimo, seppur contestato, capo del governo Al-Maliki, divenuto troppo ingombrante, Stati Uniti e Iran, con una inedita azione comune, hanno messo al suo posto un altro sciita, Haïdan al-Abadi, anch’esso membro del partito Al-Dawaa, ma che ha studiato in Gran Bretagna e pare offrire maggiori garanzie per superare la crisi politica del Paese.

Riuscirà questo al-Abadi a tenere insieme lo Stato iracheno, cedendo a qualche compromesso tra le varie fazioni religiose e politiche, o si andrà verso una partizione del Paese nelle tre regioni, sunnita, curda e sciita, che parrebbe essere la soluzione preferita dagli Stati Uniti e probabilmente anche dall’Iran ma profondamente avversata dalla Turchia? USA nel Kurdistan iracheno, spacciato per la salvezza delle popolazioni autoctone dall’invasione dei guerriglieri dello Stato islamico, ha invece come scopo la protezione degli interessi delle multinazionali del petrolio impiantate nella regione. Ha dichiarato che su 143 miliardi di barili delle riserve irachene di greggio ben 43,5 si trovano nel Kurdistan, per non parlare del gas naturale. Il governo del Kurdistan, continua il giornalista, vende il petrolio alla Turchia, che a sua volta lo rivende, senza l’accordo del governo centrale di Baghdad. Una società turca, costeggiando il confine siriano ha anche costruito un oleodotto che collega la raffineria di Tak Tak, vicino ad Erbil, in territorio curdo iracheno, al porto turco di Ceyhan, dove arriva anche l’oleodotto che proviene da Baku in Azerbaijan, e da qui lo imbarca per il mercato internazionale.

Per le industrie degli armamenti, statunitensi, russe, francesi, tedesche e italiane, i conflitti in Iraq, Libia, Siria, a Gaza, nel Libano sono una manna senza fine. Che fine hanno fatto i lavoratori iracheni in questo marasma? Anni ed anni di repressione e di sanguinoso terrore pare abbiano avuto ragione delle loro organizzazioni sindacali ed oggi è quasi tutto da ricostruire e da ricollegare con il Paese in gran parte sconvolto dalla guerra. I lavoratori iracheni non possono attendere che siano i paesi imperialisti o la propria borghesia venduta e assassina a riportare la pace nel paese.

Solo la ripresa della lotta proletaria internazionale, su basi di classe, potrà dare soluzione alla tragica situazione del proletariato non solo in Iraq ma nell’intero Medio Oriente. I suoi protagonisti dovranno essere nuovamente, assieme ai proletari di quelle regioni, i loro fratelli dei paesi occidentali, dell’Europa, dei Balcani, di Israele. La rivendicazione dell’autonomia da parte dei curdi emerse allo smantellamento dell’Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale, dopo che le promesse fatte dalle potenze vincitrici con il Trattato di Sèvres del 1920 di dar vita ad uno Stato indipendente del Kurdistan furono tradite dividendo quel territorio tra i nuovi Stati dell’Iraq, della Siria, della Turchia e della Persia. I curdi non costituiscono un popolo del tutto omogeneo ed unito. 4-6 milioni si sono stabiliti nel nord dell’Iraq e circa 7 milioni vivono in Iran. I principi curdi sotto gli ottomani lottavano divisi contro il Sultano.