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Författare: Hedley Bull.

Esiste un ordine in politica? Come viene mantenuto? Quali percorsi sono ipotizzabili e auspicabili per stabilire un ordine a livello mondiale?

Azienda di Oristano ferma la produzione per solidarietà. Crollo per il M5S, regge il Pd. Gabriele Micalizzi, 34 anni,  stava documentando l’offensiva contro l’ultima roccaforte dell’Isis al confine con l’Iraq. RAI 2014 – tutti i diritti riservati. Il trauma storico e la possibilità di farne oggetto di memoria è il tema centrale della poesia di Celan.

Più volte il poeta si riferisce esplicitamente a una faglia, a una fenditura-ferita-abissale nel cuore del tempo. Alla fine della prima sezione di Atemwende si conclude il nostos verso la Madre e verso il luogo infero dove Celan-Odisseo-Nessuno vuole officiare le ombre degli scomparsi dei campi. Il termine usato è qui Zeitenschrunde, molto simile a Schrunde der Zeit. D’altra parte non si può scegliere il silenzio, come almeno in un primo tempo aveva proposto Adorno: per il quale era impossibile scrivere poesie su o dopo Auschwitz. Senza lingua, la ferita è anche senza memoria, l’oblio diviene facilmente rimozione e il trauma tenderà a riecheggiare inconscio, in una ripetizione di feroce destino: o riproponendo le stesse sciagure del passato o devastando l’anima dei sopravvissuti. La musica in poesia è innanzitutto quella del metro e della rima, ma non solo: è in generale l’aspetto conciliativo della sonorità, che rende attraente anche il sottotesto tragico. Non duque la cancellazione postmoderna del significato, ma il suo estremo intreccio di possibili è al centro della poesia di Celan.

D’altronde il nulla in cui, a tratti, si inabissa il significato, non è quello astratto e metafisico del linguaggio, ma quello del trauma storico in cui l’esperienza si è dissolta nel reale e che Celan vuole lasciar riaffiorare in tracce dicibili. Una poesia lirica non musicale parte dalla movenza dell’inno, col suo metro sostenuto e i suoi accenti, per interrompersi e avvicinarsi con svolte progressive alla prosa, senza però mai risolversi in essa per intero, mantendo comunque una sobrietà, che prosciuga la spettacolarità e l’estetizzazione. In alcune poesie di Filamenti di sole, Celan si riferisce esplicitamente a Freud e alla sua opera. Il verso citato da Celan è il 46esimo del Reno, e lo svolgimento, che conduce alla affermazione gnomica sull’enigma, inizia nella strofa precedente con un riferimento all’accecamento psichico e morale, che minaccia metaforicamente il giovane fiume, se non rispetta misura, se travolge ogni limite e pieno di aorgica e distruttiva potenza incorre nella hybris di chi pretende la libertà assoluta e il divenire Dio. Certo, questi temi: esilio, migrazione, mancanza, assenza di casa e di luogo e di patria, dovevano colpire profondamente l’altro poeta, Celan, il lettore in questo caso.

Non dunque la parola piena dei patriarchi compare qui, ma una parola franta, incerta di verità, anche se ineludibile. Celan ha conosciuto non meno di Hölderlin la polarità tra eccesso e misura e il pericolo di una identificazione illimitata con le potenze divine, ora confinate nell’inconscio e insieme pronte a emergere dirompenti. L’Io può dissolversi in un eccesso di luce, in uno spasmo incantante, come i girasoli dell’ultimo Van Gogh, in cui svaniscono i confini degli enti finiti e storici e i frammenti divisi dell’esistenza traumatica si adunano ricomposti in una sovrarealtà al di là di ogni dolore e perdita. In questa pretesa assoluta lo slancio utopico coesiste col pericolo della rinuncia al finito, al limite, al trattenersi fra gli enti, nella riconosciuta impossibilità di una redenzione totale del trauma, di quel trauma.

Il titolo di una delle raccolte postume di Celan, Lichtzwang, rinvia forse ai bianchi neon della clinica psichiatrica, in cui il poeta fu ricoverato, ma più in generale a una coazione-costrizione alla luce. Forse si allude alla stessa accecante luce di Atemwende, che porta fuori di sé, in un desiderio di fusione assoluta. Certo il termine Zwang rinvia anche alla coazione a ripetere di Freud, in Al di là del principio del piacere. Lo spazio, la frescura, il riposo dell’ombra, favorevole al sonno ed al sogno, sono cancellati.

Come nel tardo Hölderlin o nell’ultimo Van Gogh, l’estasi luminosa si alterna all’angoscia per la frantumazione del corpo proprio. Polarità conosciuta dai mistici e sostenibile solo all’interno di una teologia, che faccia un salto nell’ulteriore, come richiedeva Kierkegaard, e passi al religioso, dove l’opera redentiva non è attribuita a un Io, ma a Dio, e così l’Io stesso è salvabile in quanto creatura. Dio, Colui stesso che ha consentito l’olocausto, è il Dio di una legge che va negata, perché ne sorga un’altra, presagio della redenzione e del vero messia. Ma ora, dopo, non è più così.

La gnosi estrema, posto che sia possibile, non può essere opera di un singolo, se mai solo di una comunità e di una comunità in rivoluzione. Nella seconda strofa di Francoforte, settembre, la fronte di Freud sembra un reticolo di lamenti, presumibilmente provenienti dalle oscurità dell’Acheronte, in cui egli, come lo stesso Celan, ha osato inoltrarsi. In effetti il solve et coagula che guida l’ultima poesia di Celan si ispira ai processi di spostamento, dislocazione, condensazione descritti da Freud per la vita onirica. La transenna cieca, l’ostacolo, il taglio, la negazione, la spiegazione causale, sono l’altro polo della barba lucente di colui che fa luce nei sogni. Dal mondo infero di cui si odono i lamenti sorge il pericolo di sentirsi accecati, da lì agiscono le potenze inquietanti che possono prendere possesso dell’Io e inflazionarlo fino alle soglie dell’autodistruzione. Nell’ultima poesia di Celan la figura della Mantide che gode uccidendo il maschio appare frequentemente. Come Freud, Celan non arretra di fronte agli abissi del desiderio e cerca di sottrarli all’inconsapevolezza.

Il poeta che si era identificato con l’imago beatifica e salvifica della Madre, patisce il rovesciarsi della sua imago in strega infera e distruttiva, sicché l’eros rischia di capovolgersi in fusione di morte. Questa oscura antinomia di eros e morte è la luce che Freud ha osato sostenere e ha rivelato ad altri, a Celan stesso. Celan ha un linguaggio infinitamente più minuto di quello di Hölderlin per confrontarsi con la propria condizione tragica, però, nonostante tutto, lo tiene fermo fino all’ultimo. A questo bisbiglio Celan affida la sua poesia e la sua vita. Forse la quiete della morte a cui sembra rivolgersi la pulsione freudiana? In realtà nella poesia di Celan c’è la stessa ambivalenza che ritroviamo nel testo di Freud.