Vita di Q. Orazio Flacco PDF

Le satire narrative presentano delle vicende reali o verosimili cui il narratore ha partecipato e in ognuna di queste vicende è contemplato un precetto morale e filosofico che, proprio perché derivante da situazioni quotidiane, è proprio di quella filosofia che Orazio prediligeva: la filosofia della vita, fatta di piccoli insegnamenti e valori universali. Le satire discorsive svolgono una serie di argomentazioni e di riflessioni. Orazio si muove fin dall’inizio dalla filosofia aristotelica: fin dalla prima satira elogia la vita di Q. Orazio Flacco PDF del giusto mezzo, quando afferma: C’è una misura in tutte le cose: vi sono insomma dei precisi confini al di là e al di qua dei quali non può trovarsi il giusto. Nella seconda satira Orazio ribadisce che i senza cervello, mentre cercano di evitare taluni vizi, cadono nei vizi opposti.


Författare: C. Tranquillo Svetonio.

Nella terza elogia l’indulgenza: nessuno nasce senza difetti, il migliore è colui che ne ha di meno ed è giusto che chi chiede indulgenza per i propri difetti, la conceda a sua volta anche agli altri. Nella quarta conduce la propria autodifesa: Come il funerale del vicino atterrisce gli ammalati intemperanti e con la paura della morte li costringe ad aversi riguardo, così spesso le vergognose azioni degli altri distolgono dai vizi gli animi ancora duttili. Perciò io, esente di tutti quei vizi che portano rovina, sono affetto da difetti lievi che si possono perdonare. Nella quinta satira l’autore narra il viaggio che ha compiuto da Roma a Brindisi in compagnia di Mecenate e di altri amici. La settima satira narra di un processo davanti a Bruto tra un ricco commerciante greco di nome Persio ed il re prenestino Rupilio. L’ottava satira parla di come il dio Priapo riesce a mettere in fuga le maghe Canidia e Sàgana.

La nona è la famosa satira del seccatore in cui Orazio racconta, tra battute scherzose e una divertente ironia, dell’incontro con un personaggio che lo importuna. Nella decima satira Orazio sostiene che il ridicolo risolve le grandi questioni meglio e più vigorosamente della serietà. Nella sesta satira Orazio elogia la vita campestre iniziando con una nota autobiografica: Era proprio questo il mio sogno: un pezzo di terra, non tanto grande, con un orto e una fonte sorgiva presso la casa, e anche un pochino bosco. Altro non ti chiedo, o figlio di Maia, se non di rendermi stabili questi doni. Nella settima satira Orazio esprime ed esplicita la morale degli stoici, quando fa parlare il servo Davo il quale gli dice: La verità è che tu, che comandi a me, ubbidisci umilmente ad un altro, e ti fai guidare come una marionetta dai fili tirati da altri.

Nell’ottava e ultima satira Fundanio, amico di Orazio, racconta a quest’ultimo del banchetto svoltosi in casa del ricco Nasidieno in compagnia di altri personaggi tra i quali spicca Mecenate. Viene descritta la varietà e la raffinatezza del cibo, curato minuziosamente da Nasidieno, senza disdegnare una punta di ironia e di scherzo. Partendo dalle premesse della satira latina di Ennio e Varrone, Orazio compie un’estrema operazione di revisione e ne elabora una nuova ed originale che sarà il modello per ogni scrittore di satira successivo. Nell’introduzione alla propria traduzione dell’opera di Orazio, Andrea Gustarelli così scrive: “Ma quello che fa di queste satire una delle opere artisticamente più pregevoli della letteratura latina, è il modo in cui Orazio sentì ed espresse il suo piccolo e pur grande mondo poetico. La traduzione in italiano dal testo latino qui riportata è presa dal libro “Le Satire” di Q.

Orazio Flacco con introduzione e note di Andrea Gustarelli. Giancarlo Pontiggia, Maria Cristina Grandi, Letteratura latina. Milano-Roma-Napoli-Città di Castello, Società Editrice Dante Alighieri, 1965. Opere letterarie del I secolo a. Questa pagina è stata modificata per l’ultima volta il 28 nov 2018 alle 18:03.

Vedi le condizioni d’uso per i dettagli. Venne soprannominato “il Vate Etneo”, appellativo da lui stesso coniato nel suo autoritratto poetico in stile foscoliano, presente nel poema Atlantide. E di ciò chiede venia ai discreti. Mario Rapisarda, noto poi come Rapisardi, nacque a Catania, al numero 30 dell’attuale via Alessandro Manzoni il 25 febbraio 1844. Egli utilizzò da adulto il cognome modificato in Rapisardi per omaggiare, avendo un cognome che rimasse con lui, il suo poeta preferito, Giacomo Leopardi.

Tuttavia non cambiò mai il nome in maniera legale: gli atti ufficiali di nascita e morte presentano sempre il cognome Rapisarda, evidenza che pone fine a qualsiasi disputa. Ammiratore di Giuseppe Garibaldi e dei garibaldini, ma anche di Giuseppe Mazzini, divenne quindi un fervente repubblicano e mazziniano. Nel 1863 pubblicò un volumetto di versi, intitolato Canti. Nel 1865 si recò per la prima volta a Firenze, dove in seguito ritornerà spesso, quasi tutti gli anni. J’ai lu, monsieur, votre noble poème. Ho letto, signore, il vostro nobile poema.

Il 15 dicembre 1870 ricevette l’incarico di tenere un corso di letteratura italiana presso l’Università di Catania, di cui lesse e pubblicò la prolusione. Nel 1872 pubblicò a Pisa la raccolta di liriche Ricordanze, ispirata alla poetica di Giacomo Leopardi. Nel febbraio 1872 Rapisardi sposò la giovane istitutrice fiorentina Giselda Fojanesi. Il matrimonio con Giselda fu da subito infelice a causa dei rapporti burrascosi tra la sposa e la suocera. Nel 1875 pubblicò a Firenze Catullo e Lesbia.

Nel 1877 pubblicò a Milano Lucifero, poema in cui esaltava il trionfo del razionalismo sulla trascendenza. Nel 1878 fu nominato ordinario di letteratura italiana all’Università di Catania, essendo Ministro della Pubblica istruzione Francesco De Sanctis. Nel 1880 pubblicò a Milano la traduzione della Natura di Tito Lucrezio Caro. Nel 1881 iniziò una polemica con Giosuè Carducci, che si sarebbe trascinata per quasi vent’anni. Nel 1883 pubblicò a Catania la raccolta di poesie sociali Giustizia e nel 1884 il poema Giobbe, dove esprimeva con linguaggio lirico il dolore umano, e che è considerato il suo capolavoro. Nel 1885 la diciottenne fiorentina Amelia Poniatowski Sabernich venne a stare a fianco del poeta come segretaria, e quasi subito ne divenne la compagna di vita, assistendolo con amore e devozione sino agli ultimi giorni.